NON E’ PIU’ TEMPO DI “VA ORA IN ONDA”

L’annunciatore, un mestiere che si sta perdendo

La radio e la televisione sono nati con loro, da tempo sono fuori moda, tanto che i pochi annunciatori che sono rimasti in servizio spesso cambiano mansioni e li ritroviamo a dare notizie sul traffico: l’ultimo illustre caso è quello di Stefano Nazzaro, voce narrante di molte trasmissioni come “Voyager”, ex speaker del giornale radio e del telegiornale, da poco migrato ai “Canali Rai di pubblica utilità” che producono “Onda Verde”. E pensare che gli annunciatori una volta costituivano l’ossatura, con la loro dizione perfetta e il tono impersonale che comunque non escludeva caratterizzazioni differenti. Per esempio, tutti riconoscevano la voce di Vittorio Cramer, nei “prossimamente su questi schermi” (ancora non si chiamavano trailer), oppure di Guido Notari che era la voce della “Settimana INCOM” al cinema, ma leggeva anche i giornali radio.

Origini storiche

La prima in Italia fu Maria Luisa Boncompagni, anche se esiste una diatriba sul primo annuncio radiofonico assoluto, dopo il ritrovamento di una registrazione da parte di Barbara Scaramucci quando dirigeva le “Teche Rai”. In esso, datato 6 ottobre 1924, viene annunciato il concerto inaugurale dell’URI, Unione Radiofonica Italiana, l’ente che gestì i programmi della radio prima dell’EIAR e della RAI. La voce che parla è però quella di Ines Viviani Donarelli, personaggio importante nel mondo culturale dell’epoca, che era anche una dei solisti del concerto. Qualcuno ha messo in dubbio l’autenticità di quella registrazione, ovviamente non certo la buona fede di chi l’ha trovata, ma in ogni caso, non essendo Ines Viviani Donarelli un’annunciatrice, al di là del dato storico ciò non toglie nulla alla primogenitura di Maria Luisa Boncompagni.

L’annunciatore diventa doppiatore o comunicatore

Gli annunciatori entravano attraverso concorsi e dopo corsi rigidissimi: alcuni di loro ebbero poi delle carriere artistiche importanti, su tutti Arnoldo Foà e Corrado Mantoni, ma anche Aldo Giuffrè o Sergio Fantoni, solo per citare i nomi più noti. Altri ebbero modo di specializzarsi anche nel doppiaggio: negli anni, quelli che intrapresero con maggior successo questa strada furono Sergio Matteucci, Ennio Libralesso, Romano Ghini, Giulio Cesare “Gigi” Pirarba fino a Lucio Saccone e Gianni Bersanetti (voce tra l’altro di Mulder in “X Files”). Spesso lo speaker diventava voce narrante di documentari: un fuoriclasse sotto questo profilo fu soprattutto Nico Rienzi. Chi era più versatile, come il milanese Alfredo Danti, arrivava addirittura a fare l’autore e il regista di numerosi “Caroselli”.

Alcuni dalla radio passarono in modo naturale alla televisione: fu così per quasi tutti i principali speaker dei telegiornali degli anni Sessanta e Settanta, come Edilio Tarantino, Marco Raviart, Luigi Carrai, Gianni Rossi, fino ad Alberto Lori, Giuseppe D’Amore, Giaco Giachetti, Roberto Di Palma, Federico Neri, Pino Berengo Gardin. Alcuni sono diventati poi giornalisti, dentro o fuori la Rai, come Lori che è diventato un autentico divulgatore, insegnante non solo di comunicazione ma addirittura grande sostenitore della teoria quantistica.

Annunciatrici tra la radio e la tv

Più difficile invece che l’annunciatrice televisiva avesse alle spalle una carriera radiofonica, anche se poteva succedere facesse entrambe le cose come Olga Zonca, Nives Zegna e Maria Brivio, autentica fuoriclasse della Rai di Milano e sorella di Roberto Brivio, attore di cabaret nella storica formazione dei “Gufi”. Poteva avvenire che chi parlava alla radio avesse anche qualche passaggio televisivo, magari come sostituzione o in qualche ambito ben preciso: è avvenuto per storiche annunciatrici radiofoniche come Valentina Montanari, Miryam Pezzali, Fiammetta D’Angelo. Ma un intreccio spesso lo troviamo: è il caso di Paola Perissi che partecipò al famoso corso per annunciatori radiofonici del 1968 sul quale torneremo, come Roberta Giusti, che prima di affermarsi definitivamente in tv alternò le due cose, di Liliana Ursino che ebbe una partenza televisiva a razzo, complice un giorno di sciopero in cui fece tutti gli annunci sulle due reti, quindi passò alla radio prima di ritrovare popolarità nella lettura del Tg3. E tante altre situazioni che sarebbe qui lungo ricordare.

Il mestiere di annunciatore cambia e si arricchisce

Il mestiere di annunciatore era ambito perché dava notorietà (sia pure nell’anonimato preteso dalla RAI: quando parlava l’annunciatore era la “voce della radio”, non era lui personalmente, rappresentava l’azienda), riconoscibilità nella voce e nel volto, ma era molto difficile arrivarci perché le selezioni erano durissime e la dizione doveva essere assolutamente perfetta.

Le voci di Radio Rai più importanti negli anni Sessanta sono senza ombra di dubbio in questo ambito quelle di Liliana Sala, che tra l’altro divenne  la responsabile del settore con la qualifica di “prima annunciatrice”,  Giacomo Castrucci, Luciano Alto e Gianni Baviera. Ma poteva capitare, per esempio, anche al veneziano Roberto De Langes, in realtà rimasto poco in via Asiago perché poi decise di cambiare completamente lavoro, di essere chiamato in causa con una lettera sul Radiocorriere Tv che gli chiedeva consigli.

C’è un punto di svolta, nella professione, costituito proprio dal corso di Firenze del 1968 al quale accennavamo:  quella “nidiata”, che comprendeva voci poi passate alla storia della radio come Paolo Testa, Antonio De Robertis, Piero Bernacchi, Gigi Marziali, Paolo Francisci, oltre a tutte quelle nozioni e quel “bagaglio tecnico” fondamentale che si basava su una serie di requisiti molto precisi, ebbe anche altri insegnamenti. Tra i docenti c’era infatti Gianni Boncompagni, che insegnò loro la conduzione radiofonica, cosa molto diversa dal semplice annuncio o dalla lettura asettica delle conversazioni su qualsiasi argomento.

Erano quasi maturi i tempi nei quali l’annunciatore sarebbe diventato conduttore, uscito dall’anonimato nonostante l’azienda praticamente lo vietasse, e avrebbe presentato in prima persona programmi importanti. Il principale fu “Supersonic – Dischi a mach due” in onda dal 1971 al 1977 con un enorme successo soprattutto tra i giovani, che lanciò i nomi che abbiamo in precedenza citato proprio come dj radiofonici. Erano interni Rai, annunciatori finalmente valorizzati anche in altre loro capacità, anche se questa valorizzazione se la sono decisamente conquistata.

Questa doppia veste non mutò le tradizionali funzioni dell’annunciatore: ti capitava di riconoscere dalla voce Testa o De Robertis anche in normali annunci e sigle dei programmi, ma il loro apporto era assolutamente professionale, senza la caratterizzazione che invece ovviamente davano in “Supersonic”.

Fine dei giochi

L’ultima infornata di annunciatori radiofonici avviene tra gli anni Ottanta e Novanta, sono i pochi ancora in servizio cui si affianca una “task force” che serve a dare qualche voce fuori campo ai programmi televisivi che ne hanno ancora bisogno.

Le annunciatrici della tv sono state “pensionate” ufficialmente da anni, proprio come ruolo. Gli speaker sono diventati una figura marginale che non serve più ai telegiornali, che ormai preferiscono mandare in onda anche giornalisti pessimi in voce, quando una volta la presenza degli speaker costringeva anche i direttori dei tg e dei gr a essere estremamente selettivi nella scelta dei conduttori e dei giornalisti con “diritto di parola al microfono”, con una categoria di fuoriclasse come i radiocronisti: Carosio, Martellini, Zavoli, Pia Moretti, Lello Bersani, Valenti, Ameri, Ciotti, Provenzali, Ferretti, Luca Liguori, giornalisti ma abilitati ad andare in onda grazie alle loro capacità.

C’è anche da dire che sono diminuite le vocazioni: anni fa la ragazzina aveva come mito Nicoletta Orsomando, Rosanna Vaudetti, Maria Giovanna Elmi, insomma voleva fare l’annunciatrice. Poi si è passati ad altri miti, come Lilli Gruber, Carmen Lasorella, Tiziana Ferrario, al “voler fare le giornaliste”. Magari tutto si fa o si prova non per affermarsi in quella professione, ma perché diventi il trampolino di lancio per un’altra. Con il rischio di non saper far bene nessuna delle due.

Questo mentre, progressivamente e generazionalmente, l’orecchio dell’ascoltatore e ancor più del telespettatore si è abituato a voci più “andanti”, spesso meno gradevoli o aggraziate, meno “beneducate”, accenti romani o milanesi troppo marcati, quasi ormai anche l’uomo della strada abbia diritto di “andare in onda”. Quella professione, quella professionalità praticamente non esiste più, dunque va a cadere il parametro. Meglio o peggio? Prima di rispondere, chiedetevi se magari avete capito quello che ha detto in televisione o alla radio quella persona l’altro giorno…