INTERVISTA NUMERO 7:
ALESSANDRO ONGARATO
Se Luca Lazzari è l'amico con il quale ho condiviso molti momenti della mia vita nella fase della maturità, Alessandro Ongarato è invece l'amico-collega del periodo nel quale da adolescenti si diventava uomini e anche giornalisti. La nostra amicizia è andata su un doppio binario: quello radiofonico e quello scolastico.
Compagni di scuola, di banco, colleghi di radio, soprattutto amici. A Novaradio abbiamo “smesso di giocare”(ma quando mai abbiamo davvero giocato?) e iniziato a fare la radio e i giornalisti sul serio. Io nel sito ho ricordato il “nostro” Corner. Ora credo sia doveroso che lo faccia tu.
Sono stati anni fantastici , quelli di "Corner", un periodo indimenticabile. I pomeriggi trascorsi in radio- e chi aveva voglia di stare a casa a studiare?- le trasmissioni - mica solo sportive, ci piaceva anche la musica- le dirette della domenica. Il debutto di "Corner", a Radio Mestre Centrale, nel 1977, con Pea, De Grandis, l'avvocato Pino Vio, quindi il passaggio a Novaradio. Una redazione sportiva come quella, all'epoca, era un vero lusso: in onda tutti i giorni della settimana, i quiz, i collegamenti con i campi di calcio e di basket, perfino con i circuiti della formula uno e con le piste della coppa del mondo di sci. Tra i colleghi di quegli anni, Giampaolo Nicolin oggi abita a Milano e lavora al Giorno, De Grandis e De Min stanno al Gazzettino, Vincenzi vende case e palazzi, Sassoli impiegato alle poste, Pea oltre ai giornali si dedica alla televisione, conduce un programma sul golf, e il golf è la sua grande passione. Insomma, solo tu, Davide, hai la fortuna di "fare" ancora la radio, e credo non sia un caso, perché della radio eri e rimani un vero fuoriclasse.
Troppo buono, potrei dire lo stesso di te. Il basket, tra l’altro, è sempre stato la tua grande passione, e tu lo raccontavi con una competenza che si univa alla tua capacità di non perderti mai in diretta, neppure nel lungo commento a freddo della giornata di campionato giocata il giorno prima. Dove e come è nata la tua passione per la pallacanestro?
Il basket, in quegli anni, era davvero una passione per me, e per tanti altri. Non solo i pomeriggi all'oratorio, ma il rito di ogni Domenica, al palasport: le tribune del Taliercio, le gradinate del glorioso Arsenale, l'odore, anzi il profumo- e per me anche la nostalgia della prima intervista, proprio per "Corner"- della mitica Misericordia. Alle partite si incontravano gli amici, poi la serata finiva in pizzeria. Primi anni ‘80, e prime radiocronache con una valigiona nera, una pesantissima apparecchiatura trasmittente, faticosissima da trasportare, soprattutto quando gli impegni ci portavano in laguna. Poi, ricordi, l'era del telefono. Telefono, non ancora telefonino. Una trasferta a Roma- era il mio primo viaggio nella capitale, e il primo viaggio in aereo - al seguito della Vidal Mestre, si trasformò in una specie di inutile vacanza. Dovevo collegarmi, trasmettere in diretta la partita, solo all'ultimo momento la per me terribile scoperta: Claudio Sassoli aveva dimenticato di chiedere l'allacciamento Sip, allora funzionava così. Trasmissione sospesa.
Ho sempre sostenuto che la forza delle nostre dirette era nell’essere assolutamente complementari: tu l’uomo delle radiocronache, io lo studio centrale; tu l’improvvisazione al massimo della professionalità, io l’organizzazione di tempi e scalette e la conduzione dinamica e severa. Quella “scuola” (parlo di Novaradio e Radiosette) poi ci è servita molto…
Fare la radio, sono d'accordo, è servito tantissimo. Senza la radio, e le radio, chissà cosa faremmo, oggi. E' stato così per tanti di noi. Una vera scuola, ma anche una grande passione: il microfono, lo studio, le cuffie, la diretta. Che emozione collegarsi, cominciare a parlare, ascoltare la tua voce dallo studio centrale: "puoi andare, sei in onda", e poi la linea ceduta agli altri inviati. Eravamo dei ragazzi, allora, il tesserino da professionista ci sembrava un traguardo lontano, forse irraggiungibile. Ma, non ci sono proprio dubbi, ce la mettevamo davvero tutta.
Facciamo una parentesi dedicata alla scuola vera e propria: andavamo entrambi molto bene in italiano, poi sul resto io personalmente me la cavavo, ma già stavo pensando che nel mio futuro la parola “agenzia” più che il turismo, mi avrebbe evocato i lanci Ansa, con i quali cominciavo a prendere confidenza già in quei pomeriggi. Tu che cosa ricordi del periodo scolastico, anche legato ai nostri compagni di cui ho parlato nel sito?
Ho perso di vista perfino Gigi Galliccioli, il Gallo, inseparabile allora, compagno di classe- e quante ne abbiamo cambiate di classi, sempre insieme, io e lui- e di viaggi, da Mestre a Venezia, andate e ritorni, in autobus e a piedi. Il tempo passa , e,come sai, diventa sempre più difficile incontrarsi, rivedersi. Soprattutto se non si vive più nella stessa città. Quanta nostalgia per i giorni della scuola, anche se non si può proprio dire che io fossi uno studente modello, tutt'altro. E non bastava l' italiano a salvarmi. Tre volte bocciato, due volte in quarta, una fila di 4, di 3, voto più alto in pagella, il 7 in condotta. Un disastro. A un certo punto pensavo che non ce l'avrei proprio fatta a diplomarmi. E invece, alla fine, il 42 sono riuscito a strapparlo: 1982, l'anno del mondiale di Spagna, dei gol di Pablito, dell'urlo di Tardelli. La scuola? L'Algarotti? Ricordo perfettamente toast e panini di Desiderio, i tramezzini del "Poggio", ai piedi del Ponte delle Guglie", l'acqua alta, una lite col preside, e poi Crovato, il professore di geografia - è anche venuto a trovarmi in redazione - le ricreazioni, l'assemblea il giorno in cui fu rapito Aldo Moro, l'assenza di riscaldamento al Coletti - sezione staccata - decine di uscite per allarme bomba - e non si era ancora fatto vivo Unabomber - le perfette imitazioni del mio carissimo compagno di banco. Sapevi fare bene anche quelle.
Un vizio, quello delle imitazioni, che in privato mi è rimasto, anche se non ricordo esattamente chi imitavo allora, di certo la nostra insegnante di madrelingua inglese, la signorina Harrison. Torniamo però al nostro lavoro. La sinergia con Televenezia International ti portò in video, anche se è stato soprattutto con Antenna Tre Veneto che ti sei affinato, uscendo da una dimensione solo sportiva. Forse hai posto lì le basi professionali per il tuo presente in Mediaset.
Televenezia, Diffusione Europea, Antenna 3, tutte esperienze utilissime. Ma continuo a pensare che gli anni più importanti siano stati quelli della radio.
Tu sei il corrispondente triveneto del Tg 5; in pratica copri da solo tre regioni complesse del Nord Italia, che la Rai copre con ben 5 distinte redazioni. Come ci si riesce?
Sai, intanto il tg5, e gli altri telegiornali di Mediaset, non trasmettono notiziari regionali. E questo, per chi deve "coprire" una o più regioni, è un bel vantaggio. Un TG nazionale per forza di cose seleziona i servizi. Capita cosi che a settimane di grande impegno - come quando Unabomber, sempre lui, piazza una delle sue trappole- ne seguano altre di quasi assoluto relax, molto meno faticose. E poi, essendo solo, riesco a organizzare in tempi quasi sempre abbastanza rapidi le eventuali trasferte, inviando, se serve, i servizi dalle postazioni fisse che abbiamo a Trento, Trieste e Verona. Certo, capita a volte, in emergenza, di dover "saltare" corta e riposo, ma per chi come noi ama questo lavoro, non è mai, o quasi mai, un sacrificio.
Quali sono le vicende, sportive e di cronaca, che ricordi maggiormente, quando tracci un tuo bilancio professionale?
Come dimenticare la tragedia del Cermis, il disastro aereo di Verona, il conflitto in Bosnia: Sarajevo e Mostar, nel 1995, una delle mie poche trasferte all'estero. Centinaia di storie, per lo più tragiche. Stragi, delitti. Sono i momenti in cui rimpiangiamo la tribuna stampa dello stadio, o del palasport. Che gioia, per me, intervistare Bearzot, Platini, Moser, Meneghin, i campioni di tutti gli sport. E le radiocronache - ancora la radio, che ritorna sempre - delle indimenticabili sfide del campionato di basket tra Mestre, Venezia, Treviso.
C’è qualcosa che avresti voluto fare e invece non ci sei riuscito oppure non se n’è presentata l’occasione?
Sono fortunato, riesco a fare quello che mi piace. No, non credo di aver lasciato lungo la strada qualche opportunità, di aver perduto qualche buona occasione. Certo, mi manca la radio, e un po' anche la carta, la pagina scritta. Ma forse non sono fatto per un giornale. Là si lavora davvero, quella è fatica sul serio, mica il divertimento, l'improvvisazione, la gioia del microfono.
In effetti, tu hai sempre avuto una naturale tendenza a spingerti lavorativamente verso quello che ti piaceva molto, anche giustamente, data la tua bravura. Per chiudere; io ho un sogno, neppure tanto nascosto, quello di rifare Corner, con tanto di sigla. Quando potremo farlo? Perché senza uno dei due non sarebbe Corner…
Il tuo sogno? Rifare "Corner", con quella sigla - e chi potrebbe mai pensare di cambiarla, di sostituirla ?- è il mio, di sogno. Potremmo comprare una radio, o aspettare l'età della pensione, che piano piano si avvicina. E quando sarà arrivato quel giorno chiamare a raccolta i vecchi amici, Pivato, Coghetto, Giampaolo Bordin. Se dicono no? Ci pensiamo noi. Tanto l'abbiamo gia' fatto, ti ricordi?
Eccome, se ricordo, anche per le battaglie che feci per riuscire a riaprire quella trasmissione. Pensa che bello, tornare con quella sigla, alternarci alla conduzione ogni giorno, con i nostri amici a commentare le varie vicende sportive. E poi, la domenica, tutti fuori a raccontare le partite, e io – come sempre – dallo studio centrale a coordinare i collegamenti e dare gli altri risultati. Che bello… ma ci riusciremo, per noi “Corner” significa qualcosa di molto importante. Intanto grazie, Alessandro, per l’intervista e i tuoi preziosi ricordi, di lavoro ma anche di un’amicizia importante nata tra via Bissolati e il Coletti.